Intervista

In occasione dell’allestimento della mostra I wish. Giovani e desiderio. sono andata a trovare Manu Invisible nel suo laboratorio di Milano per fargli qualche domanda sul lavoro di produzione delle opere per l’esposizione e per farmi raccontare qualche aneddoto che mi facesse capire a fondo quanto il desiderio sia connesso più che mai alla sua arte.

Il suo atelier in costruzione si trova nel seminterrato di un grande edificio, i cui locali sono condivisi tra alcuni artisti tutti operanti in città e all’estero: “a Milano - mi spiega - soprattutto nel mio campo artistico, bisogna cercare di inserirsi in un circolo virtuoso, in cui ci sia comunicazione tra persone provenienti da realtà diverse, portatrici ognuna del proprio bagaglio culturale, artistico e umano”.

Non è ancora conclusa la ristrutturazione del suo spazio, ci sono attrezzi da lavoro in giro, i muri sono bianchi con mattoni a vista e c’è una grande parete a cui è appeso lo stencil che usa per firmare i suoi graffiti, contornato da pennelli, rulli per vernice e altri strumenti.

 

Scese le scale però, mi colpisce immediatamente un muro grigio con un chiodo a cui è appesa la sua maschera. Mi sembra quasi un segnale di riposo, un segnale che mi vuole dire che per sfidare la notte e gli ostacoli che in essa si celano ci sarà tempo dopo, non quel giorno, come fosse l’elmetto di un soldato che ha appena combattuto e cerca riposo e rigenerazione.

Non a caso, alla domanda riguardante i lavori fatti negli ultimi tempi, Manu Invisible mi racconta una storia che riguarda la realizzazione del suo ultimo murales nei pressi di un’autostrada poco fuori Milano, che rende perfettamente comprensibile cosa significhi per lui fare arte e quanto la passione in quello che fa lo muova senza remore o indugi.

Innanzi tutto la scelta dell’autostrada non è casuale: Manu Invisible è un artista sardo, nato a San Sperate (CA), e mi spiega che in Sardegna non ci sono le autostrade. Per questo rappresentano per lui un elemento di forte interesse, come luoghi di passaggio attraversati da milioni di persone che si spostano ogni giorno, ideali quindi per la diffusione dei suoi messaggi universali.

Nelle ultime settimane aveva realizzato un lettering su un cavalcavia, ma il giorno dopo la parete era stata ridipinta di bianco e l’opera cancellata. Così, avendo capito che quello non era il luogo giusto per ospitare una sua creazione ma essendo determinato a realizzarla, sceglie di spostarsi in un’altra zona sulla A52.

Scelto dunque il nuovo sito, la prima notte tutto procede senza intoppi. Durante la seconda, avviene un incontro inaspettato: mentre lavora, si sente chiamare da lontano da due writers interessati alla sua arte che in quello stesso momento stavano andando a graffitare delle pareti da qualche parte lì vicino. C’è uno scambio di battute e di idee che nel bel mezzo dell’oscurità rinfranca gli animi di tutti.  La terza notte a interrompere il suo lavoro è un controllore della viabilità, che intima di chiamare la polizia. Dopo avergli spiegato che quella era la terza nottata di un lavoro che doveva per forza essere terminato, l’artista per evitare problemi decide di allontanarsi, con l’idea però di tornare il più presto possibile a terminarla. Partito per la Sardegna per lavoro, la notte stessa del suo ritorno a Milano termina l’opera. Aggiunge solo l’ultima lettera, la prima D della parola DEDIZIONE.

 

Che cosa significa per te desiderio e in che modo il concetto di desiderio ha a che fare con la tua arte?

La maggior parte delle volte per me il desiderio si tramuta in bisogno, perché prima di realizzare un’opera sento il bisogno di comunicare un concetto e quanto più si tratta di un concetto che ha significato universale da un punto di vista esterno, tanto più convince anche me. In primis deve convincere me, altrimenti non ci sono le fondamenta per costruire un messaggio efficace. Desiderio mi fa pensare anche alle aspirazioni, che in fondo rappresentano il fulcro della produzione artistica di ogni artista, e anche ai sogni, che sono la matrice, l’elemento ispiratore che spinge a fare, a creare, come accade per tutti, credo. Il concetto di desiderio è il nocciolo del discorso, è la forza che spinge il tutto, la forza propulsiva – quella che spinge a colmare un’assenza.

Essendo uno Street artist che lavora con colori, vernici e superfici molto grandi, come mai per il tema del desiderio hai scelto di lavorare con materiali così diversi dai soliti, come il legno e il fuoco?

Utilizzare fuoco e legno come materiali e strumenti è un’operazione che ricorda qualcosa di primordiale, attraverso una tecnica che sembrerebbe nuova ma che in realtà non lo è. Si tratta di materiali che abbiamo quasi dimenticato, soffocati dalle tecniche miste, industriali che vediamo continuamente ovunque. Il fuoco che brucia il legno rievoca irrimediabilmente il desiderio, è l’elemento che può rappresentare l’ardore che si legge negli occhi delle persone, gli stati d’animo che le persone che incontri possono trasmettere. Una tecnica meno calda, meno diretta al posto del fuoco primordiale sarebbe stata più fredda, meno comunicativa come a volte accade con delle opere contemporanee (di stampo più minimalista) molto asettiche, pulite, belle che risultano però più ermetiche, meno dirette, meno comprensibili. L’opera d’arte si distingue molto per il messaggio, la mia forma d’arte è concetto prima di ogni altra cosa. Per questo ho modificato nel tempo la mia produzione, proprio per veicolare concetti, prima facevo più decorazione di ambienti.

Mi fa vedere il catalogo con tutte le sue opere e mi dice che quelle del primo periodo hanno un carattere decorativo preminente rispetto alla sua necessità di comunicazione attuale e quindi non sono adatte a lanciare dei messaggi universali.

Fai ancora opere di tipo decorativo oppure è una fase che si è chiusa per lasciare spazio ad un altro tipo di arte?

Quella decorativa è stata una fase precedente rispetto a quella del Lettering ma non è scomparsa, c’è stata una fusione, la fase corrente ha inglobato quella precedente, la componente decorativa si incastra dentro le parole o fuori nello sfondo.

 

Come si integrano tra loro le diverse tecniche che usi?

Concepisco la tecnica occulta (uso del fuoco su legno o altri materiali con l’ausilio di diversi strumenti) in maniera diversa rispetto alla pittura su parete, per diversi motivi: il primo è il formato, che è più contenuto e prevede l’uso del legno; il secondo è la tecnica, che è completamente diversa; il terzo è legato al fatto di evocare delle opere che ho realizzato in formato maggiore altrove. Un po’ come le cartoline bruciate e dimenticate, che riproducono paesaggi o monumenti accessibili a tutti ma in una dimensione privata. L’accentuazione dell’idea che l’opera di Street art è pubblica contrasta con la dimensione privata dell’opera di piccolo formato che la richiama: un collezionista che acquista un’opera la rende sua a tutti gli effetti e queste opere è come se fossero dei piccoli ricordi creati attraverso l’uso del fuoco, che sta a simboleggiare il motore che mi spinge a fare quello che faccio.