Marco La Rosa

Apoteosi/Fingo di Capire

Un’installazione di nove opere posizionate a terra. Cinque sculture in piombo, cinque “Apoteosi”, fusioni che tendono verso l’alto, elevazioni appunto. Ma un aspetto grezzo, di non finito, quasi aspettassero il loro pezzo mancante, ciò che le compierebbe. Poi quattro sculture in cemento, quattro sacchi. Stanno sul pavimento, in posizioni insolite, con le pieghe -quasi avessero una consistenza più morbida, più leggera del cemento-, inarcati. Non possono che essere segno di chi li ha gettati a terra, di chi li ha deformati o gli ha dato forma: l’artista certamente, ma lui non c’è, così rimane l’idea di una mano misteriosa che ha plasmato la materia. C’è un’assenza invadentemente presente.

Marco La Rosa ha voluto esprimere l’essenza del suo desiderio: colmare un vuoto. “L’obbiettivo è di concretizzare l’assenza, è di testimoniare la presenza dell’invisibile, di quel quid che in arte – indipendentemente dalla fede del singolo – si percepisce come l’Assoluto. E’, metaforicamente, un tentativo di colmare le distanze, le assenze, i distacchi, i vuoti e le fratture attraverso forme che offrano una nuova possibilità di mondo (laddove il mondo comune è limitato a significati prestabiliti e ripetuti in maniera indefinita)”, ha affermato l’artista stesso. Così sono nate queste “sculture dell’assenza”, mostrando le possibilità che l’invisibile apre, l’energia viva di ciò che ci manca.

Angela Perletti